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GRANDI MAESTRI / Cosmè Tura. Fiabesco e magico surrealismo

di Michele Lasala

Tra i pittori ferraresi del Quattrocento, Cosmè Tura è senz’altro il più originale e il più sofisticato. Certamente non ha quell’equilibrio e quella misura che connota Francesco del Cossa, né possiede la staticità e la fissità di Ercole de Roberti. Egli piuttosto si distingue per l’espressionismo lineare, spesso esagerato, che contorce le figure fino all’inverosimile, risultando – come scriveva Filippini negli anni Trenta – “il rappresentante più tipico delle forme esotiche, un vero tedesco, che incide i contorni, esaspera le ombre e i contrasti spettrali, di luce, con un artificio di disegno e un gioco magico, che lo distacca completamente dalla placida tradizione italiana”.

Cosmè Tura supera il realismo con un colto e spesso criptico surrealismo, fatto di simboli e di riferimenti che destano in chi guarda non poche domande. Quella di Tura è opera sempre viva e dunque infinitamente aperta, non facilmente definibile o circoscrivibile dentro banali formule o categorie. Per questo probabilmente alle volte non piace. Ma per capire e comprendere bisogna quantomeno sospendere il giudizio, restando dunque fermi davanti all’immagine perché essa parli a noi e squaderni tutto il suo impenetrabile mistero. Davanti alle opere di questo sublime maestro ferrarese occorre stare in silenzio e aprire la mente per accogliere il suo messaggio. Magari non lo comprenderemo mai sino in fondo, ma già nel non comprendere dovrebbe esserci la cifra della sua altezza.

Di Cosmè Tura la critica non si è sempre occupata. Se ne recupera infatti il nome, dopo un oblio durato secoli, agli inizi del Novecento, grazie a Venturi prima e a Longhi poi con il pioneristico saggio Officina ferrarese, in seguito ampliato e integrato. A scriverne per primo in antico fu invece Vasari, che però non comprese totalmente la potenza e la singolarità di Tura, e ne parlò infatti solo quale discepolo di Galasso e per aver dipinto qualcosa in San Domenico a Ferrara e poi gli sportelli dell’organo del Duomo. Vasari non poteva comprendere la grandezza di Tura perché era abituato alla misura del Rinascimento e all’intellettualismo manierista, e tuttavia ebbe modo almeno di intuire la qualità di certi lavori, a partire proprio da quelle ante d’organo, che possono a buon diritto essere considerate come la summa dell’arte e della sensibilità di Tura.

È proprio nelle ante del Duomo di Ferrara – opera giovanile – che Cosmè già rivela ciò che è e ciò che sarà, a partire dall’opera immediatamente successiva: il magnifico, e ormai smembrato, Polittico Roverella, il lavoro suo probabilmente più impor-tante. Nelle ante è già presente infatti tutto quel surrealismo fiabesco che innerverà e percorrerà come un fiume carsico tutta la produzione di Tura, facendo di Cosmè una specie di precursore di certe tendenze che prenderanno piede però più tardi nel tempo, dal simbolismo alla pittura metafisica, passando però naturalmente dal surrealismo.

E non è un caso che proprio a inizio del Novecento, come prima si diceva, il maestro ferrarese venga ri-scoperto. E viene riscoperto grazie alla nuova sensibilità che si diffonde grazie e soprattutto alle avanguardie. Cosmè non poteva essere compreso nella sua epoca: doveva aspettare Moreau, Redon, Ernst, Magritte, Dalì, Savinio e il pazzo De Chirico. Soltanto attraverso il filtro della pittura dell’irrealtà è stato possibile comprendere il senso della poetica di Tura, il quale non si accontentava della natura: voleva trascenderla, come Paolo Uccello, per penetrare dentro la dimensione del sogno e im-maginare mondi altri, più variopinti, pieni di storie, di amori e di lotte. Cosa rappresentano d’altronde le ante d’organo del Duomo di Ferrara? La lotta violenta tra san Giorgio e il drago per liberare la principessa che urla – bloccata nel suo atto come se fosse la trasposizione pittorica di una figura plastica di Niccolò Dell’Arca – e vuole scappare per non vedere l’orrore.

Le figure di Tura sembrano qui, come anche altrove, di pietra dura, avendo la preziosità dell’ossidiana come del diaspro, del rubino come della corniola, del quarzo come dell’ametista. Non sono affatto reali, sono figure che appartengono a una dimensione favolosa dove il mondo assume un aspetto inedito come quando lo si guarda attraverso un vetro colorato. Sono esiti cui il giovane Tura giunge dopo essere in qualche modo riuscito nell’impresa alchemica di fondere tutta la cultura squarcionesca con le novità dell’arte fiorentina, da Andrea del Castagno a Piero della Francesca, senza dimenticare la cultura cortese. Lo ricordava mirabilmente l’analitico e bravissimo Eugenio Riccòmini già negli anni Sessanta: “il Tura dovette trovarsi non poco stupefatto dalla folgorante rivelazione della nuova arte, portatagli fino in casa dai maestri toscani. Tutto da rifare, quindi: e a vent’anni l’impresa non poteva spaventarlo, anzi. Ma, il variopinto armamentario iconografico cortese, l’empirismo pedante e tenero degli erbari, le favole di Francia miniate […] erano cose che il Tura non poteva sostituire d’acchito”.

Per questo le opere di Tura sono surreali e magiche nello stesso tempo: egli mette insieme le “favole di Francia” e l’iconografia cortese, il rigore prospettico di Piero e la plasticità archeologicamente intesa dei pado-vani, che egli poté conoscere. E se tutto questo può sembrare soltanto in nuce nelle ante d’organo, sarà pienamente dispiegato più tardi, nel Polittico Roverella ricordato, nel San Girolamo di Londra (1474), nella sublime Madonna col Bambino di Bergamo (1475), nel concentrato San Domenico di Firenze (1475), nel meditativo Sant’Antonio da Padova di Modena (1484).

In questo Sant’Antonio però si nota già un certo cambiamento nella sensibilità del suo autore, che porta pur sempre dentro di sé il Tura degli esordi. Ed è lo stesso Riccòmini, con molta lucidità a sottolineare questo aspetto, con un colpo di scena: “La tarda maturità del pittore vede alternarsi, sempre più rari, […] momenti di suprema esaltazione della cifra stilistica ad altri, di progressivo intenerimento del colore e della luce in accordo […] alle comuni conquiste figurative dell’ultimo Quattrocento. Così, il Sant’Antonio da Padova dell’Estense […] stringe come in un magma compattissimo icona e racconto (bisogna andarselo a scoprire, quell’inverosimile paese marziano, sul fondo); mentre nei due tondi con Storie di San Maurelio a Ferrara […] circola un’aria di disinvolta abilità narrativa, un gusto più sciolto del comporre, da non spiacere forse, di lì a poco, perfino a un Raffaello esordiente”.

E non spiacendo neppure ai pittori di un certo surrealismo padano più vicini a noi nel tempo, ma contemporanei di Tura per spirito: da Giancarlo Braghieri a Luciano Spazzali, da Aurelio Bulzatti a Adelchi Riccardo Mantovani sino a Gustavo Foppiani. Maestri, come Tura, di un sogno mai interrotto