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ARTISTI CONTEMPORANEI / Filippo Papa. Eros, corpo e destino

Di Michele Lasala

Oggi dialoghiamo con lui per conoscerlo più a fondo.

LASALA: Recentemente, Filippo, hai presentato il libro Sono solo me stesso (Setteponti Edizioni, 2024) presso la Sala Consiliare del Comune di Agira, la tua città natale. Sicuramente è stato un momento di grande importanza per te presentare il volume in quella sede, a giudicare dal legame che naturalmente hai con la città in cui sei nato e cresciuto. Parlaci del tuo rapporto con la Sicilia, con la tua città e di come hai vissuto il ritorno ad Agira.

PAPA: Tornare ad Agira non è mai un gesto neutro. Per me è una soglia: ogni volta che rimetto piede lì, la mia identità si riaccende con una forza che non posso controllare. La Sicilia non è solo un luogo: è una grammatica emotiva. È un modo di sentire il tempo, il corpo, la luce, la ferita e la cura. Presentare Sono solo me stesso in un luogo istituzionale della mia città è stato come riportare una parte nuda di me dentro la comunità che mi ha generato. Non per cercare consenso, ma per compiere un passaggio: dire “io sono questo” proprio davanti alle radici. Le origini non sono un’ancora: sono una fonte. E io, oggi, sto imparando a non fuggire più da quella fonte, ma a entrarci con rispetto.

L.: Il libro mette a nudo il tuo essere, senza filtri, e svela anche per questo le tue fragilità, che sono le fragilità di ogni uomo. Ritornare alle proprie origini può però essere un modo per ritrovare il senso della propria esistenza e trarre così forza per guardare non solo il presente ma anche il futuro. Tu stesso hai parlato non a caso di “fonte”. Quali sono le domande che oggi Filippo si pone rispetto al senso della propria esistenza? E perché sente l’esigenza di mettere a nudo “se stesso”?

P.: Mettersi a nudo, per me, non è provocazione: è verità. È togliere il rumore. È tornare all’essenziale. Oggi le domande che mi porto addosso sono radicali e semplici: che cosa resta di noi quando togliamo la rappresentazione? Qual è il gesto che mi somiglia davvero, senza strategia? Come trasformo la fragilità in forza generativa? Come posso amare — e farne linguaggio — senza ridurre l’amore a retorica? Io non cerco il dolore come identità. Io cerco l’amore come forza. L’amore non è “dolcezza”: è capacità di attraversare, di unire, di generare forma. E la nudità, in questo senso, diventa una disciplina: un rito di sincerità.

L.: La ricerca del senso o della verità è – potremmo dire – il filo rosso che lega tutta la tua ricerca. Il tuo ultimo progetto – Actus ruber – riprende infatti questa tematica e lo fa però servendosi anche della materia, in questo caso il marmo di Carrara. Cosa significa per te raggiungere la verità e il senso mediante la materia e il corpo? E perché hai scelto proprio il marmo di Carrara?

P.: io credo che la verità, oggi, sia soprattutto una questione di presenza. Viviamo in un’epoca in cui tutto è veloce, riproducibile, consumabile. La materia invece resiste. La materia dice: “io peso”. E quel peso è etico. Il marmo di Carrara non è solo bellezza: è storia, è fatica, è permanenza. È un materiale che porta con sé il mito, ma anche il lavoro, la polvere, l’origine della forma. Sceglierlo significa chiedere al corpo di misurarsi con qualcosa che non si piega. È un dialogo duro, ma vero. Per me il corpo non “interpreta” la materia: la consacra. Il corpo passa, e lascia traccia. La materia diventa reliquia del gesto, non decorazione. È lì che sento il senso: nel punto in cui il rito produce una sopravvivenza.

L.: Hai proprio ragione quando dici che oggi tutto è veloce e consumabile, però è anche vero che, soprattutto negli ultimi tempi, e lo stesso Actus ruber sta a testimoniarlo, tu hai scelto quale mezzo espressivo la performance, che è l’opposto di ciò che permane. Qui l’opera d’arte si compie nell’atto stesso in cui viene eseguita, anzi è l’atto in sé, e la sua vita è nel suo stesso divenire. Cosa significa per te la performance e quale rapporto si instaura con il pubblico mentre ti fai tu stesso opera d’arte? In altri termini, che esperienza estetica è quella della performance, vista e vissuta dall’artista che la crea la fa essere?

P.: La performance è un atto che non può mentire. Nella performance non puoi “aggiustare” dopo. Sei lì. Sei esposto. Sei responsabile. Io non considero il pubblico come spettatore: lo considero come presenza che modifica il campo. In quel momento si crea una tensione silenziosa, una forma di patto. Anche se nessuno parla, succede una cosa: si attiva una memoria collettiva. Il corpo dell’artista diventa dispositivo, e il pubblico diventa testimone. La performance è l’unico luogo dove mi sento davvero contemporaneo, ma nel senso più antico possibile: come nel teatro greco, come nel rito. È un’esperienza estetica che avviene nel tempo reale, e proprio per questo è irripetibile. L’opera, spesso, non è “quello che si vede”: è ciò che resta dentro.

L.: Molto chiaro. La performance da questo punto di vista è come la vita: imprevedibile ed esposta alla possibilità, che sta più in alto della realtà, come sosteneva Heidegger. Restando nel tema, hai sperimentato anche la performance olografica, inserendoti così appieno nel contesto più vasto dell’arte contemporanea che – per certi versi – sfrutta le potenzialità della tecnologia e dunque dell’intelligenza artificiale. Tu, nello specifico, che rapporto hai con la tecnologia? E poi, a tuo modo di vedere, la tecnologia penalizza o rafforza l’immaginazione dell’artista?

P.: Io non sono contro la tecnologia. Sono contro l’idea che la tecnologia possa sostituire il senso. La tecnologia può ampliare, può potenziare, può aprire spazi nuovi. Ma se diventa scorciatoia, se diventa superficie, allora impoverisce. Il rischio più grande oggi è che l’immaginazione venga confusa con la produzione. Fare immagini non significa creare visioni. Io penso che l’arte contemporanea stia vivendo una fase complicata perché spesso si è separata dalla necessità. È diventata sistema, trend, linguaggio autoreferenziale. La tecnologia in questo può essere un acceleratore: ti dà tutto, subito. Ma l’arte non nasce dal “subito”. L’arte nasce dall’urgenza.

Per me, la tecnologia è utile solo se rimane strumento. Il centro deve restare il corpo: il limite, il respiro, la presenza. La tecnologia non è né positiva né negativa in sé: amplifica ciò che già esiste. Penalizza l’immaginazione quando diventa scorciatoia, sostituendo l’urgenza con la velocità e l’esperienza con la produzione di immagini prive di visione. La rafforza, invece, quando resta strumento e non origine, capace di estendere il corpo e rendere visibile ciò che nasce da un’esperienza reale. Nel mio lavoro il punto di partenza è sempre il corpo, la materia, il tempo del gesto: la tecnologia può arrivare solo dopo, come traccia o trasmissione. Oggi l’arte ha bisogno di una rigenerazione che torni all’origine dell’immaginazione, che non è digitale ma profondamente umana, fatta di limite, respiro e amore.

L.: E a proposito del punto di partenza del tuo lavoro, corpo, eros e amore sembrano essere le chiavi per poter comprendere tutto il tuo percorso creativo. Lo testimonia anche la performance messa in scena a Marina di Massa nel 2025 in occasione dell’evento Scene vive, dedicato al teatro greco. Quale importanza conferisci a questi tre elementi, che – se guardati con attenzione – si intrecciano fra loro e non possono essere scissi?

P.: Io ho scelto di definirmi “performer dell’amore” perché sento che oggi l’amore è l’atto più rivoluzionario. L’eros, se lo guardi bene, non è solo desiderio: è energia di connessione, è vita che vuole generare forma. Il corpo, invece, è la prova. Il corpo è ciò che non puoi falsificare. Il corpo porta i segni del tempo, della fragilità, del desiderio, della paura. E proprio per questo è vero. Quando lavoro, cerco un punto in cui questi tre elementi diventino una sola cosa: il corpo come strumento, l’eros come energia, l’amore come destino. E lì nasce il rito: non per fare spettacolo, ma per rimettere al centro una presenza umana che oggi rischia di sparire sotto le immagini.

L.: Il rapporto con l’antico teatro greco è un modo per ritornare alle radici della nostra civiltà. Quell’evento voleva essere anche questo e l’arte rappresentava il mezzo per eccellenza per recuperare il passato e far rifiorire la bellezza perduta, che è ciò che conferisce senso alla nostra vita. Quale valore ha per te, da questo punto di vista, l’arte? L’arte può essere considerata come rinascita?

P.: Sì, per me l’arte può essere rinascita. Ma non in senso “motivazionale”. Rinascita significa tornare a respirare dove si era smesso. Significa recuperare la bellezza come necessità, non come ornamento. Il teatro greco mi parla perché era comunità, era destino condiviso, era corpo e parola. Oggi abbiamo perso quella dimensione sacrale. E io credo che la rigenerazione dell’arte contemporanea debba partire proprio da qui: dal recupero del rito, della responsabilità, della presenza.

L.: Tu, Filippo, hai presentato i tuoi lavori e ti sei esibito con le tue performance non solo in Italia ma anche all’estero, da Tozeur (Tunisia) a Santanyí e Maiorca (Spagna), da Ybbs (Austria) a Budapest (Ungheria). Come cambia la percezione del pubblico da paese a paese rispetto alla performance?

P.: All’estero spesso ho sentito un ascolto diverso: a volte più libero, a volte più curioso, meno “difensivo”. In Italia il pubblico può essere intensissimo, ma anche più bloccato da categorie: “si può / non si può”, “è arte / non è arte”. Altrove, in certi contesti, la performance viene accolta come linguaggio naturale. Ma ogni paese ti insegna qualcosa: ti costringe a capire quanto il tuo gesto sia universale. Se funziona, non è perché “capiscono” la tua storia: è perché sentono che quel gesto parla anche di loro.

L.: Si è parlato prima di Agira e della Sicilia. I luoghi a cui siamo legati sono sempre pieni di memoria, che può essere memoria soggettiva ma anche collettiva. E spesso, quella memoria, traspare ed è dentro l’architettura, dunque le facciate dei palazzi, le chiese, i monumenti. Tu in passato ha realizzato una serie di fotografie dedicate proprio all’architettura, non solo siciliana. Hai così vinto il Primo Premio e una Menzione d’Onore per la categoria “Fotografia astratta” agli International Photography Awards di New York e ottenuto una Menzione d’Onore anche ai Fine Art Photography Awards sempre per la stessa categoria. Cosa cerchi nelle forme architettoniche attraverso il mezzo fotografico?

P.: Io ho iniziato con la fotografia perché cercavo la spiritualità della luce. L’architettura mi ha insegnato il silenzio. Mi ha insegnato che la forma può essere preghiera. Io non fotografo edifici: fotografo tensioni, ferite, geometrie come rivelazioni. L’architettura è memoria collettiva. È il luogo dove il tempo lascia impronte. E io, attraverso l’obiettivo, cerco quel punto in cui la materia diventa simbolo.

L.: Come vedi il futuro dell’arte?

P.: Io vedo un’arte contemporanea stanca. Non perché manchino artisti validi, ma perché spesso manca un centro. C’è troppo rumore. Troppa velocità. Troppa strategia. Troppo mercato che determina il linguaggio. La rigenerazione, per me, avverrà quando torneremo a chiederci: perché facciamo arte? A chi serve? Che esperienza umana crea? E io sento che la mia risposta personale passa dal rito. Dalla performance come atto d’amore. Dalla materia come prova del passaggio. Io non voglio “produrre opere”. Voglio compiere gesti che generino tracce reali, e che restituiscano dignità al corpo.

L.: Come vedi il tuo 2026?

P.: Vedo il 2026 come un anno di consolidamento e verità. Più materia, meno decorazione. Più gesto, meno strategia. Più ritualità, ma non come gabbia: come linguaggio aperto. Vedo un percorso in cui: la performance continua a generare reliquie materiche, la fotografia resta come spazio di apparizione e silenzio, le origini (la Sicilia, la terra, il mare, la memoria) non sono solo tema: sono sostanza. Io sento che sto entrando in una fase in cui l’arte non deve “dire” soltanto. Deve rigenerare. E se l’arte contemporanea è in crisi, io non la giudico dall’esterno: io provo a rigenerarla dalla mia carne, dal mio gesto, dalla mia fedeltà.