Di Michele Lasala
PAGINE – EMANUELE GREGOLIN
Opere dal 2011 al 2026
Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, Casa Cama
dal 15 marzo 2026
Il testo che segue, con la musica di Carlo Palazzo, fa parte del video-catalogo della mostra, visualizzabile anche su YouTube cliccando direttamente qui.
Sulle pagine parole e immagini si intrecciano fra loro per creare associazioni mentali imprevedibili. Non c’è nessuna logica e nessuna sintassi a regolare il loro rapporto, e tutto è lasciato al libero gioco dell’immaginazione, che segue un percorso labirintico senza preoccuparsi del senso. In questo spazio infinito, dove tutto è lasciato al caso, Gregolin cuce pittura e scrittura per dare vita a un nuovo linguaggio poetico, evocativo e lirico. La pittura si distende come un velo sulla carta di giornale. Essa copre e scopre, cela e svela, nasconde e rende visibile, volti, immagini, frasi per interrogare chi osserva sul senso dell’arte.


L’arte è sempre al di là della tecnica, sembra dirci Gregolin, perché essa si annida dentro le oscure stanze dell’anima autentica, incorrotta e non violata dalla tecnologia. L’arte sgorga dalle profondità dello spirito come intuizione e si estrinseca in uno sfarfallio multicolore di forme, che come coriandoli al vento prendono le più imprevedibili direzioni. È questa la magia dell’arte. Trasformare il mondo e trasformare l’uomo.
L’artista è un sognatore e la sua dimora è tra le nuvole, il suo corpo è trasparente e la sua mente abbraccia in un solo sguardo l’infinito. Egli gioca e ironizza, ma nell’ironia svela spesso amare verità. Come questa pittura delicata che quasi non tocca il foglio, ma riesce comunque in parte a coprirlo e coprendolo scopre la triste realtà dentro cui viviamo.
Una realtà dove non c’è più spazio per l’amore e la bellezza, perché tutto deve rispondere alla logica del profitto. Dentro questo torbido stagno però può fiorire l’amore. Dentro queste pagine sporcate di inchiostro, può spuntare qualche nota di colore. La pittura è come l’eros. Essa tocca il corpo e la mente, ed è vibrazione, energia, una scossa elettrica che riattiva lo sguardo sul mondo. E fa vedere ciò che esiste. L’eros acceca, ma nella cecità l’uomo vede più addentro.


E vede dentro gli altri. Ma il suo sguardo si scontra con gli occhi opachi di chi non è stato toccato dalla fiamma dell’eros e vaga, come una nave che abbia perduto la bussola, nella dialettica tra il falso e il vero. Vede maschere. Non vede volti. I volti si perdono nei meandri oscuri dell’ignoranza e si dissolvono dentro l’ebbrezza del divertissement.
La pittura è un divertimento dell’intelletto e non si confonde con le logiche del mercato, dove la sete di guadagno fa perdere il senso dell’arte e della bellezza, e acceca gli occhi di chi non ha slancio vitale. Di chi si perde seguendo falsi miti e si nutre di banali opinioni, e scambia la verità per menzogna. Nella confusione le opinioni contano più della verità. E in tale nebbia, si fa fatica a capire cosa stiamo guardando. Le forme si dissolvono e i sentimenti diventano impalpabili come le nuvole. Siamo vicini ma distanti. Incapaci di comprenderci, non più abituati alla comunicazione, e gli sguardi si perdono dentro uno spazio neutro dove il senso sfugge e dove le identità si dileguano.


Scivoliamo dentro la liquidità di una modernità sempre più nichilista, dove nulla è destinato a permanere. Tutto passa dall’essere al non-essere e ogni punto fermo vacilla a favore di una precaria visione del mondo, che non vuol fissare un senso, piuttosto lo nega con milioni di vuote opinioni. Così i linguaggi si mescolano, le parole si confondono, il relativismo trionfa. Ogni orizzonte di senso viene sostituito da un mediocre pressappochismo, che offende l’intelligenza e spegne le fiamme della passione.
La pittura di Gregolin cancella, occulta, ma in questa operazione paradossalmente rende visibile il non-detto. Al pari di Christo, Gregolin copre, e nel coprire non nasconde, ma svela, rende presente ciò che prima era dato per scontato. Finalmente la realtà riacquista il suo peso e le forme ritrovano la loro definizione. Le parole si riappropriano del loro significato e ritornano ad essere finestre sul mondo. Luci che illuminano il pensiero e lo riempiono di immagini, di colori, di suoni, di realtà. “Die Grenzen meiner Sprache bedeuten die Grenzen meiner Welt” (I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo) diceva Wittgenstein. Non posso definire la realtà se non posseggo le parole per disegnarla, non posso comprendere il tuo io, i tuoi bisogni, i tuoi desideri e le tue sofferenze se non posseggo il vocabolario delle emozioni. Se sono privo di parole, non sei un’apparizione interessante. Ma lo diventi non appena mi fornisco di pensieri e inizio a guardarti e a comprendere chi sei.


L’arte è lo spazio dove questo miracolo può avvenire; il luogo dove si squadernano universi prima impensabili e non immaginati. La poesia eleva dunque lo spirito e lo apre a Dio, inteso come quella luce che permette di vedere e di capire. Solo un Dio ci può salvare, diceva Heidegger, e questo dio è proprio il linguaggio poetico. Il solo in grado di scardinare e smantellare le strutture convenzionali dentro cui la chiacchiera quotidiana regna sovrana. Il solo che può attraversare e poi superare il nichilismo contemporaneo, trasformando il crepuscolo in una abbagliante aurora.
Su queste pagine la pittura edifica e con le parole crea mentali architetture dalle infinite geometrie. E apre così alla dimensione del sogno, dove tutto può accadere e dove ogni struttura logica lascia il posto alla immaginazione. Il colore è una nota, un input, uno stimolo sensoriale e mentale, l’occhio di chi guarda fa il resto. I segni e le forme sono pittogrammi che acquistano senso insieme alle parole, in un gioco di rimandi che procede all’infinito e non arriva mai al punto. Anzi ogni arrivo è già una ripartenza, ogni definizione è già una questione aperta. E non c’è risposta. C’è solo un grande punto interrogativo che spalanca le porte dell’anima alla grandezza dell’esistente. E la pittura è così vissuto interiore, sentimento, memoria, ma anche attesa, riflessione, pura idea, puro spirito. Tutto fuorchè materia. È visione del sovrannaturale, è immagine perfetta dell’universale.


Nella mente si distendono paesaggi, con fiumi, valli, montagne, colline, torrenti, laghi, strade e case. Sono i paesaggi che la pittura genera con la sua forza evocativa. E in questo la pittura è come la parola. Una grande metafora. Non si potrebbe spiegare meglio di come ha fatto un poeta come Gottfried Benn: “Una parola, una frase: da cifrati / segni scoperta vita emerge, fulmineo senso: / ristà il sole, tacciono le sfere, tutto in quella si raddensa. // Una parola: un bagliore, un volo, un fuoco, / un vampo, di stella cadente un brillio. / Poscia di nuovo sterminato buio, / nel vuoto spazio intorno al mondo, e all’io”.