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MOSTRE / Le Pagine di Emanuele Gregolin al Vittoriale

Di Michele Lasala

Sulle pagine parole e immagini si intrecciano fra loro per creare associazioni mentali imprevedibili. Non c’è nessuna logica e nessuna sintassi a regolare il loro rapporto, e tutto è lasciato al libero gioco dell’immaginazione, che segue un percorso labirintico senza preoccuparsi del senso. In questo spazio infinito, dove tutto è lasciato al caso, Gregolin cuce pittura e scrittura per dare vita a un nuovo linguaggio poetico, evocativo e lirico. La pittura si distende come un velo sulla carta di giornale. Essa copre e scopre, cela e svela, nasconde e rende visibile, volti, immagini, frasi per interrogare chi osserva sul senso dell’arte.

L’arte è sempre al di là della tecnica, sembra dirci Gregolin, perché essa si annida dentro le oscure stanze dell’anima autentica, incorrotta e non violata dalla tecnologia. L’arte sgorga dalle profondità dello spirito come intuizione e si estrinseca in uno sfarfallio multicolore di forme, che come coriandoli al vento prendono le più imprevedibili direzioni. È questa la magia dell’arte. Trasformare il mondo e trasformare l’uomo.

L’artista è un sognatore e la sua dimora è tra le nuvole, il suo corpo è trasparente e la sua mente abbraccia in un solo sguardo l’infinito. Egli gioca e ironizza, ma nell’ironia svela spesso amare verità. Come questa pittura delicata che quasi non tocca il foglio, ma riesce comunque in parte a coprirlo e coprendolo scopre la triste realtà dentro cui viviamo.

Una realtà dove non c’è più spazio per l’amore e la bellezza, perché tutto deve rispondere alla logica del profitto. Dentro questo torbido stagno però può fiorire l’amore. Dentro queste pagine sporcate di inchiostro, può spuntare qualche nota di colore. La pittura è come l’eros. Essa tocca il corpo e la mente, ed è vibrazione, energia, una scossa elettrica che riattiva lo sguardo sul mondo. E fa vedere ciò che esiste. L’eros acceca, ma nella cecità l’uomo vede più addentro.

E vede dentro gli altri. Ma il suo sguardo si scontra con gli occhi opachi di chi non è stato toccato dalla fiamma dell’eros e vaga, come una nave che abbia perduto la bussola, nella dialettica tra il falso e il vero. Vede maschere. Non vede volti. I volti si perdono nei meandri oscuri dell’ignoranza e si dissolvono dentro l’ebbrezza del divertissement.

La pittura è un divertimento dell’intelletto e non si confonde con le logiche del mercato, dove la sete di guadagno fa perdere il senso dell’arte e della bellezza, e acceca gli occhi di chi non ha slancio vitale. Di chi si perde seguendo falsi miti e si nutre di banali opinioni, e scambia la verità per menzogna. Nella confusione le opinioni contano più della verità. E in tale nebbia, si fa fatica a capire cosa stiamo guardando. Le forme si dissolvono e i sentimenti diventano impalpabili come le nuvole. Siamo vicini ma distanti. Incapaci di comprenderci, non più abituati alla comunicazione, e gli sguardi si perdono dentro uno spazio neutro dove il senso sfugge e dove le identità si dileguano.

Scivoliamo dentro la liquidità di una modernità sempre più nichilista, dove nulla è destinato a permanere. Tutto passa dall’essere al non-essere e ogni punto fermo vacilla a favore di una precaria visione del mondo, che non vuol fissare un senso, piuttosto lo nega con milioni di vuote opinioni. Così i linguaggi si mescolano, le parole si confondono, il relativismo trionfa. Ogni orizzonte di senso viene sostituito da un mediocre pressappochismo, che offende l’intelligenza e spegne le fiamme della passione. 

La pittura di Gregolin cancella, occulta, ma in questa operazione paradossalmente rende visibile il non-detto. Al pari di Christo, Gregolin copre, e nel coprire non nasconde, ma svela, rende presente ciò che prima era dato per scontato. Finalmente la realtà riacquista il suo peso e le forme ritrovano la loro definizione. Le parole si riappropriano del loro significato e ritornano ad essere finestre sul mondo. Luci che illuminano il pensiero e lo riempiono di immagini, di colori, di suoni, di realtà. “Die Grenzen meiner Sprache bedeuten die Grenzen meiner Welt” (I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo) diceva Wittgenstein. Non posso definire la realtà se non posseggo le parole per disegnarla, non posso comprendere il tuo io, i tuoi bisogni, i tuoi desideri e le tue sofferenze se non posseggo il vocabolario delle emozioni. Se sono privo di parole, non sei un’apparizione interessante. Ma lo diventi non appena mi fornisco di pensieri e inizio a guardarti e a comprendere chi sei.

L’arte è lo spazio dove questo miracolo può avvenire; il luogo dove si squadernano universi prima impensabili e non immaginati. La poesia eleva dunque lo spirito e lo apre a Dio, inteso come quella luce che permette di vedere e di capire. Solo un Dio ci può salvare, diceva Heidegger, e questo dio è proprio il linguaggio poetico. Il solo in grado di scardinare e smantellare le strutture convenzionali dentro cui la chiacchiera quotidiana regna sovrana. Il solo che può attraversare e poi superare il nichilismo contemporaneo, trasformando il crepuscolo in una abbagliante aurora.

Su queste pagine la pittura edifica e con le parole crea mentali architetture dalle infinite geometrie. E apre così alla dimensione del sogno, dove tutto può accadere e dove ogni struttura logica lascia il posto alla immaginazione. Il colore è una nota, un input, uno stimolo sensoriale e mentale, l’occhio di chi guarda fa il resto. I segni e le forme sono pittogrammi che acquistano senso insieme alle parole, in un gioco di rimandi che procede all’infinito e non arriva mai al punto. Anzi ogni arrivo è già una ripartenza, ogni definizione è già una questione aperta. E non c’è risposta. C’è solo un grande punto interrogativo che spalanca le porte dell’anima alla grandezza dell’esistente. E la pittura è così vissuto interiore, sentimento, memoria, ma anche attesa, riflessione, pura idea, puro spirito. Tutto fuorchè materia. È visione del sovrannaturale, è immagine perfetta dell’universale. 

Nella mente si distendono paesaggi, con fiumi, valli, montagne, colline, torrenti, laghi, strade e case. Sono i paesaggi che la pittura genera con la sua forza evocativa. E in questo la pittura è come la parola. Una grande metafora. Non si potrebbe spiegare meglio di come ha fatto un poeta come Gottfried Benn: “Una parola, una frase: da cifrati / segni scoperta vita emerge, fulmineo senso: / ristà il sole, tacciono le sfere, tutto in quella si raddensa. // Una parola: un bagliore, un volo, un fuoco, / un vampo, di stella cadente un brillio. / Poscia di nuovo sterminato buio, / nel vuoto spazio intorno al mondo, e all’io”.