Di Michele Lasala
Le esperienze della Action Painting dell’Art Brut, passando per quelle di Jean Fautrier, di Hans Hartung, del gruppo CoBrA, di Karel Appel e di Jean Dubuffet, ebbero un influsso potente sugli artisti italiani. Anche in Italia infatti si sviluppò l’Informale, che però ebbe modo di manifestarsi in tre filoni, o direttrici, ben distinti: lo Spazialismo, l’Ultimo naturalismo e la cosiddetta “linea concreta”, almeno questa è la scansione pensata, per comodità, da Renato Barilli in un testo ampio e panoramico come L’arte contemporanea. Da Cézanne alle ultime tendenze. Al primo filone appartiene Lucio Fontana. Negli anni Trenta Fontana iniziò a elaborare esili e spaziali lavori seguendo con ogni evidenza la scia di Calder e di Melotti, ma alternando – come scrive lo stesso Barilli – “un linguaggio ridotto, ‘concreto’, a un altro più mosso e ‘barocco’, a conferma che in lui le idee facevano pur sempre i conti con la materia”.

Le ricerche seguenti di Fontana però già si situavano a metà strada tra la bidimensionalità e la tridimensionalità: erano lavori appartenenti alla serie dei “buchi”, prima, e dei “tagli” poi; da un lato qui “l’atto di trasgressione prende un massimo di concretezza, diventando un “reale” sfondamento della superficie; ma da un altro lato, la superficie resiste a quell’affronto, lo assorbe in sé come una ferita”. Da Fontana, e dunque dallo Spazialismo, preserò poi le mosse i cosiddetti “Nucleari”, da Roberto Crippa a Cesare Peverelli, da Gianni Dova a Enrico Baj. Questi artisti intesero ispirarsi “alla dinamica delle forze nucleari, e in particolare alle immagini delle esplosioni atomiche”; e ciò li portò “a svolgere una morfologia di rottura, tra i primi e più violenti episodi internazionali di forme “altre”, rispetto alle grammatiche postcubiste”; ma ci fu pur sempre in loro “un eccesso di subordinazione al “gesto” scientifico-tecnologico” (Barilli).

E se questi erano i protagonisti del primo filone, i “campioni” dell’Ultimo naturalismo furono Renato Birolli, Ennio Morlotti, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Antonio Corpora, Giulio Turcato e Leoncillo Leonardi. L’esperienza di quest’ultimo, per esempio, fu caratterizzata “da un espressionismo accentuato e coraggioso, in quanto affidato a un materiale precario e colorato come la ceramica”. Grazie a tale materiale, Leoncillo riuscì a raggiungere “singolari tangenze con il Fontana anni Trenta, ugualmente esagitato e “barocco” ai limiti della provocazione” (Barilli). Erano artisti che prediligevano una materia spessa, corposa e “carnale”, per suggerire l’idea che la materia stessa è come un organismo vivente, capace pertanto di crescere, svilupparsi e quindi infine decomporsi.


Il terzo filone dell’Informale italiano fu rappresentato dalla “linea concreta”, che rifiutava ogni strizzata d’occhio alle sperimentazioni postcubiste, così come cercava di allontanarsi dalle “intemperanze vitalistiche degli Ultimo-naturalisti” (Barilli). In quest’ultimo filone andrebbero senz’altro annoverati artisti come Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi e Alberto Burri. Cui si devono aggiungere però anche le esperienze di Carla Accardi, Gastone Novelli, Antonio Sanfilippo, Emilio Scanavino, Achille Perilli e Tancredi Parmeggiani. Tutti artisti che riprendevano le misure bidimensionali delle avanguardie storiche, a cui però aggiungevano una sorta di polimaterismo senza per questo eccedere troppo in tridimensionalità. Capogrossi riusciva a ridurre la pittura a “un’operazione elementare di scrittura”, che si codificava “già a partire dal 1949 in un segno-archetipo, un ideogramma immaginario […] formato da un semicerchio tagliato da una corda e da due perpendicolari a essa” (De Vivo). È da questo momento in poi che l’artista romano, sino alla sua morte, realizzerà la serie “Superfici”.

Uno dei protagonisti indiscussi della scena italiana fu senz’altro anche Alberto Burri. Conseguita una laurea in Medicina e trascorso un periodo di prigionia in Texas dopo essere stato catturato nel 1943, Burri iniziò a dedicarsi all’arte e fece le sue prime mostre tra il 1947 e il 1948. Proprio nel 1948 dette vita alla serie dei “Neri”, così definiti dal momento che l’immagine coincideva e si identificava con la materia e la sostanza di cui era fatta. E dopo i “Neri” Burri dette inizio alle serie dei “Gobbi”, delle “Plastiche” e dei “Sacchi”.
Alla luce di tutte queste esperienze, da Fontana a Burri, è possibile osservare come l’Informale, in Italia, così come in generale anche altrove, abbia determinato una specie di rovesciamento dello schema tradizionale: quello secondo cui la materia è il mezzo con cui esprimere qualcosa. Ora però, con l’Informale, la materia è già di per sé l’opera d’arte, e da mezzo si trasforma in fine.


Naturalmente tale rovesciamento di paradigma determinò una vera e propria spaccatura all’interno della critica d’arte di allora. Da un lato infatti si erano schierati coloro che volevano restare fedeli a una tendenza “idealista”, salvando per così dire il supporto (la materia) in quanto considerato mezzo e veicolo indispensabile per trasmettere un concetto; dall’altra parte invece si erano schierati i critici che mostravano una certa apertura rispetto alla novità dell’Informale, andando così a privilegiare il mezzo materiale a discapito di ogni possibile significato o interpretazione dell’opera. Una spaccatura che potremmo retroattivamente considerare – usando il lessico di Umberto Eco – come una lotta tra “apocalittici” e “integrali”. Si verificò, in altri termini, una “crisi del senso”, spesso voluta e alimentata dagli stessi artisti, alcuni dei quali volevano che le loro opere fossero definite soltanto in base alle proprietà materiali di cui erano composte e fossero pertanto considerate come semplici oggetti di percezione. E ciò collimava perfettamente col pensiero di Henri Focillon, secondo il quale la materia, in virtù del suo colore, della sua consistenza, delle sue più varie qualità fisiche, mostra già una qualche vocazione estetica e formale e non ha bisogno di essere plasmata dall’artista. La materia parla da sé. E questa “voce” per alcuni artisti deve amplificarsi perché porta dentro di sé tutto il dolore di un’intera epoca.
Per questo, tra gli intellettuali che si schierarono tra coloro che dimostrarono una certa apertura rispetto alle novità dell’Informale, troviamo anche Giuseppe Ungaretti, che aveva perfettamente colto lo spirito che animava quelle novità. E Ungaretti capì che l’arte aveva abbandonato ogni struttura e forma perché a perdere struttura e forma, nell’epoca moderna, era proprio la vita, ferita, come i “Sacchi” di Burri o i “tagli” di Fontana nel corpo e nello spirito. Ma sapeva inoltre che proprio da quella ferita l’umanità sarebbe potuta rifiorire, e almeno in questo Ungaretti era in linea proprio con Burri.
